AGLIANICO DEL TABURNO DOC,
VIGNA CATARATTE
RISERVA 2005
FONTANAVECCHIA TORRECUSO (BN)

Vini di territorio, di “terroir”, vini dell’anima……dell’uomo.


L’aglianico, “signore” dei vitigni a bacca rossa campani, è espresso al meglio da 3 DOP:

  • Taurasi,
  • Aglianico del Taburno (detto Aglianico amaro),
  • Aglianico del Vulture (in Basilicata).
Vino Pessac Leognan AOC Chateau La Louviere 2001

Vino Pessac Leognan AOC Chateau La Louviere 2001

E’ opinione diffusa, tra gli addetti ai lavori, che quello di Taurasi sia il più elegante, quello del Vulture il più facilmente “leggibile”, con particolare riferimento alle note fruttate (se il legno interviene in modo equilibrato), quello del Taburno il più strutturato.
In quest’ultima DOP merita parlare di quello che, in Francia, sarebbe un autentico ed indiscutibile Grand Cru, vale a dire la collina di Torrecuso. Chiunque abbia avuto la possibilità i percorrere la provinciale che da Benevento va verso Caianello, ad un certo punto, sulla propria sinistra, vedrà ergersi maestosa una collina piuttosto ripida, baciata dal sole, dove vigneti ed uliveti la fanno da padrone. E’ la collina di Torrecuso, terroir che ha la particolarità di avere, per circa 40 cm di profondità, uno strato di gesso che, unitamente all’abbondante insolazione, è all’origine della eccelsa qualità dei suoi vini.

Libero Rillo e, prima di lui, Orazio Rillo (il padre), vinificano eccellenti Falanghina e Aglianico, più volte premiati dalla critica.
Vigna Cataratte è la Riserva di Aglianico in purezza, con un affinamento di 4 anni, di cui 14 mesi circa in barrique di rovere francese, il resto in vetro.

La capsula (come si deve) mi consegna un tappo in perfetto stato, colorato solo sulla superficie a contatto con il vino, con sentori di corteccia di china, inchiostro e liquirizia.
Nel bevante cade, con peso moderato, un vino granato vivissimo, sanguigno, con unghia granato/aranciata.

Il bicchiere fermo offre sigaro toscano, grafite e carne secca.
Prime rotazioni per tracciare le famiglie di aromi: speziato, animale, fruttato e floreale evoluti.
Ulteriori rotazioni per un vino che traccia e colora il bevante, ma rimane lontano dal “mangia e bevi” che, dieci anni fa, era la cifra caratteristica di molti rossi del Sud e non solo. Il vino si muove con eleganza, con la struttura di un ballerino, più che di un decatleta.
Naso sempre meno taciturno, che parte da note terziarie (di evoluzione) in cui le spezie abbondano, china, pepe nero, chiodi di garofano, cannella, seguite da sbuffi animali, di pellame, di cuoio, da tabacco scuro, carne secca, bastoncino di liquirizia dolce, grafite, matita temperata (legno di cedro), cenni caffetosi e cioccolatosi. Timidamente si fanno strada note secondarie (di fermentazione) evolute, rosa rossa appassita, confettura di prugne e di ciliegie scure. La cosa incredibile è che si avvertono ancora tracce di acidità del frutto, il che è sorprendente per un vino che ha ormai 12 anni.
Della struttura di cui parlavo prima, a proposito dell’Aglianico del Taburno, c’è una traccia misurata, in quanto moderata dall’eccellenza di Torrecuso e dalla maestria di Libero Rillo. Grandissimo Aglianico, che strizza l’occhio a Bordeaux, in particolare a Pauillac.

Il primo sorso è maestoso, con tannino ancora sugli scudi, ma già “nobilitato” dalla polimerizzazione facilitata dalla micro ossigenazione del rovere, buona freschezza (acidità) fruttata, che dominano ancora le componenti morbide: l’alcol, senza alcun eccesso pseudo calorico, nonostante i 14,5° ed una cremosa, vellutata, sensuale morbidezza. L’asse fresco tannico mi dicono che questo superbo Vigna Cataratte ha ancora vita da vivere, almeno 3-5 anni.
Altro sorso, con note amaricanti piacevolissime, in cui il tabacco scuro, la liquirizia, la grafite, il pepe nero, l’inchiostro, si alternano. Bocca che succhia spezie dolci come la cannella, i chiodi di garofano. Rose rosse secche/macerate e confetture in cui a prugna e ciliegie si sommano gustosissimi ribes neri che, assieme al legno di cedro, alla grafite, sono i motivi che mi fanno pensare a Pauillac ed al suo sontuoso Cabernet Sauvignon (dominante nei tagli).
Anche gustativamente il vino non si impone, nessuna ipertrofia gustativa, ma succosa ed articolata eleganza che scorrono su lingua e palato. Non mi soprende, conoscendo Libero Rillo, è il suo stile.

Abbinamenti? E come, no:
primi piatti – candele spezzate (ziti) “co raù”, cioè un ragout alla napoletana (manzo, maiale, una costicina ed una salsiccia), fatto “pippiare” per alcune ore oppure selvaggina da pelo nelle pappardelle con sugo di lepre in salmi o in Civet;
secondi piatti – in primis la carne del “raù” di cui sopra, poi uno spezzatino di cinghiale, oppure una selezione di grandi formaggi stagionati (Fiore Sardo, Moliterno, Carmasciano).

Anche ora, a mezz’ora dalla mescita, l’ultimo sorso parla di frutti scuri in confettura, ma di quelle fatte in casa, solo con gli zuccheri della frutta, di spezie dolci, a chiudere amaricante su note di caffè, cioccolato fondente, tabacco e, soprattutto, liquirizia.

Anima in cui, nel bicchiere vuoto, tabacco scuro, carne secca, grafite, liquirizia danzano assieme.

APRI IMMAGINE: Vino Aglianico del Taburno DOC