VENEZIA DOC
CHARDONNAY BIANCO DELL’ARNASA 2015
CASTELLO DI RONCADE (TV)

Vini di territorio, di “terroir”, vini dell’anima……dell’uomo.


Vino Venezia DOC Chardonnay Bianco dell'Arnasa 2015 Castello di Roncade

Vino Venezia DOC Chardonnay Bianco dell’Arnasa 2015 Castello di Roncade2001

La curiosità è il sentimento che mi ha spinto a degustare uno Chardonnay “veneto” in purezza vinificato ed affinato in rovere francese, con batonnage (rimessa in sospensione delle fecce fini usando un’asta che si inserisce nel foro di cocchiume del fusto) frequenti.

Cosa c’è di strano direte voi, consapevoli del fatto che questo vitigno è un “fan” del rovere, ma non siamo in Borgogna, dove il legno, se si esclude Chablis, è stabile e fedele compagno, in California, in Friuli Venezia Giulia, in Trentino Alto Adige, in Toscana, in Sicilia, ecc., siamo in Veneto e precisamente nel territorio della DOC Piave o Venezia, dove un altro Chardonnay elevato in barrique, che gode della mia considerazione fin dal primo pluripremiato millesimo, il 2002, prodotto dagli amici Marco e Nicola Barollo in quel di Preganziol, è “discusso” nonostante i premi, soprattutto internazionali (meditate o voi provinciali meditate), che si è meritato.

Ma oggi parliamo di Castello di Roncade e del suo Chardonnay Top, denominato Bianco dell’Arnasa.

Capsula e tappo sono come si deve ed il vino che cade nel bevante è oro verde, di buon peso, espresso nel film denso che risale le pareti e nelle cicciose lacrime alcoliche, mentre gli archetti non sono troppo stretti.

Superato il “problema” temperatura di servizio (consiglio 10-12° ma darà il meglio raggiunti i 14°), il naso, all’inizio molto timido, offre, a bicchiere fermo, un cesto di frutta a pasta gialla.

Prime rotazioni ed il vino, con le sue onde “solari”, è un regalo ad una giornata incerta, definendo timidamente queste famiglie di aromi: floreale, fruttato, speziato, minerale.

Altre rotazioni per un vino che, grazie a 2-3° acquisiti rispetto alla temperatura iniziale di servizio, offre, con pregevole e progressivo equilibrio, note primarie e della fermentazione (secondarie), con cenni, mai “invasivi”, del lavoro della malolattica e del rovere francese a grana fine: fiori di acacia, pesca gialla ed albicocca, ananas maturo e mango, soffi mielati, burrosi, vanigliati, con ricordi di curcuma e curry.

Naso in crescita continua, ora con bouquet di fiori gialli secchi, frutta secca, nocciola in particolare, con sbuffi canditi e di panettone, il tutto avvolto da un mantello speziato (giallo) e minerale, di conchiglie frantumate e lievissimi “fiammiferi” da cucina.

Naso articolato, di sorprendente complessità ed indiscutibile finezza.

La sorpresa prosegue nel primo sorso che, pur garbatamente arrotondato da malolattica e legno, non si fa mancare un delizioso asse fresco sapido, che spreme fluida e piacevolissima saliva sublinguale, mentre i bordi della lingua fanno esperienze “marine” nel sale alle erbe, nelle alici fresche, nelle alghe al sole.

Altro sorso a ribadire l’assoluta misura con cui il legno è stato utilizzato, equilibrio ancora in divenire e, contrariamente a quanto malolattica e legno possano far pensare, ancora sbilanciato sulle componenti “dure, consentendo di prevedere almeno 2-3 anni di vita ulteriore.

Saporoso in modo godibilissimo, prima e dopo la deglutizione, ripercorre, con coerenza che, non mi stancherò mai di dire (agli amici sommelier), non è “dovuta”, quanto anticipato al naso: i fiori gialli sono secchi ma pulitissimi, pesca (gialla) ed albicocca, ananas e mango, lieve passion fruit, sono maturi ma non in confettura, le finissime note pasticcere, di dolci a pasta lievitata di misurata dolcezza (panettone e focaccia), sono delicate, i toni appena fumé solo accennati, ma presenti, con una chiusura lunga che ammicca timidamente ad un banco del Luna Park, dove arachidi caramellate, croccante alle mandorle, torrone, la fanno da padroni.

Gustativamente sorprendente, a ribadire la qualità della materia prima, con finezza indiscutibile e, soprattutto, grande maestria di chi ha scelto ed utilizzato i legni di affinamento.

Abbinamenti? Ca va sans dire:

  •  antipasti – insalata di porcini o ovuli con un mini trito di prezzemolo, pepe bianco ed un ottimo EVO da Ortice in purezza, insalata di mare dominata dai molluschi, tartare di ricciola, scampi crudi con marinatura di succo di mandarino;
  • primi piatti – riso o pasta, anche all’uovo se vi va (freschezza/sapidità al vino non mancano), con funghi o tartufi, risotto alla bisque di scampi e pistilli di zafferano, spaghetti alla chitarra con piselli e prosciutto crudo di Sauris, linguine con polvere di oro di Cabras;
  • secondi piatti – trancio di ricciola o di salmone selvaggio alla griglia, baccalà alla “cappuccina” (lessato, agliato, prezzemolato e “schizzato” di EVO), sella di coniglio ai porcini, coniglio all’ischitana (olive, capperi e pomodorini), rombo chiodato al forno con capperi, olive, pomodorini.

Bicchiere che, dopo oltre un’ora dalla mescita, scherza con tabacco dolce, castagne affumicate, ananas sciroppato, albicocca disidratata, senza alcun cedimento ossidativo, anzi ribadendo orgoglioso il proprio fine contenuto.