COLLI TREVIGIANI IGT
BOSCHERA 2016
MALIBRAN DI MAURIZIO FAVREL

Vini di territorio, di “terroir”, vini dell’anima……dell’uomo.


Vino Colli Trevigiani IGT Boschera 2016 Malibran

Vino Colli Trevigiani IGT Boschera 2016 Malibran

Ci sono vini non adeguatamente considerati, uno di questi è il Torchiato di Fregona, blend di uve Glera, Verdiso e Boschera, vinificate dopo appassimento.

La Boschera, in particolare,  è un vitigno autoctono presente da secoli nella zona di Vittorio Veneto, le cui vigne sono in altura, a ridosso dei boschi. Gli acini hanno scorza coriacea, ideale per l’appassimento, un sapore di frutta a pasta bianca ed una marcata acidità/sapidità. E’ possibile che siano state proprio le “durezze” di questo vitigno ad indurre i vignaioli a pensare all’appassimento.

Descritto dal mai dimenticato Gino Veronelli come un “brivido verde, minerale e vegetale”, offre un vino di notevole freschezza/sapidità, con sentori di frutta a pasta bianca in maturazione, mela verde in particolare.

Maurizio Favrel, che in fatto di spumantizzazione ha decisamente poco da imparare, ha il “merito”, per quello che può valere, di aver favorito la mia riconciliazione più che con un vitigno, la Glera, con i vini da esso prodotti, con particolare riferimento al modestissimo residuo zuccherino, addirittura inesistente nei suoi fantastici Colfondo (Sottoriva per Tradizione e  Credamora). Vini pluripremiati, come il suo magnifico 5 Grammi o il Brut Ruio, per Decanter miglior prosecco italiano.

Grande sorpresa ha destato in me il sapere che ha deciso di cimentarsi con un vitigno considerato “di complemento”, la Boschera, vinificandolo in purezza nella tipologia “fermo” ed avviando una sperimentazione, ora in corso, per produrlo anche con il Metodo Classico.

Ma dopo tante chiacchiere, veniamo dunque al vino, in una bottiglia borgognona, con etichetta che, simpaticamente, disegna un gufo. Spremitura soffice a grappolo intero (il grappolo non è solo fonte di tannino ma anche infrastruttura che protegge gli acini), nessuna malolattica, sosta sulle fecce fini di 10 mesi e, dopo l’imbottigliamento, altri 12 mesi in vetro. Grande intelligenza nel voler “tenere a bada” il muscolare asse fresco sapido.

Incisa la capsula come si deve, estraggo facile un tappo di normali dimensioni, che odora di fieno e mela verde.

Il vino che cade nel bevante “chiacchieroso” (ricordate che anche l’udito è un senso in degustazione) è decisamente verdolino di clorofilla, assolutamente cristallino ma, diversamente dalle (ingiuste) attese, di buon peso. Risale le pareti del bevante con film di apprezzabile spessore e lo spezza con archetti stretti ma non troppo e lacrime alcolico/gliceriche di buona “cicciosità” (nonostante i soli 11°).

A bicchiere fermo il naso è squisitamente primario, nei sentori di biancospino e secondario, nel fruttato in cerca di maturazione.

La rotazione conferma il buon peso del vino, definendo le seguenti famiglie di aromi: floreale, fruttato, minerale, leggermente vegetale e speziato.

Altre rotazioni a confermare, nel centro del “vortice”, la cremosità del contenuto, con un naso giovanissimo che, come tutti i giovani, è spavaldo, affatto restio a dichiararsi: fiori di biancospino e cenni di verbena, soffi agrumati a scorza gialla, come il cedro, il limone, note pomacee che ricordano mela Grenny Smith e limoncella, pere selvatiche, susina amolo, tutto ancora in maturazione, tisana fredda, tè verde, fieno al sole, mandorla e nocciola verdi, sbuffi di radice di zenzero fresca, cenni di pepe verde. Naso proverbialmente “adolescente”, ma declinato con squisita finezza, bravo Maurizio.

Il primo sorso entra in bocca secco, di misuratissima sensazione pseudo calorica ma decisamente sorprendente nella cremosa, voluttuosa, sessuosa, morbidezza, con equilibrio tutto da costruire (pur nella piacevolezza della beva), stante il dominio delle durezze, una freschezza (acidità) agrumata che spreme fiotti di saliva fluidi, una sapidità che parla di acqua di mare, risacca, telline, alici fresche, alghe e, incredibilmente, una lieve tannicità, che si esprime dopo la deglutizione, con la lingua in lieve difficoltà a scorrere la volta palatina. Giovinezza esuberante, ma non aspra, che fa immaginare lunga evoluzione per questo vino.

Altro sorso ed altra ventata di “piacere” nello scorrere del vino in tutta la bocca, così accogliente nella sua “gelatosa” morbidezza (mannoproteine della lunga sosta sulle fecce fini?) a svelare analiticamente i “sapori”: agrumati pomacei in maturazione, fieno, zenzero e pepe bianco, tisane.

Food pairing? Ca va sans dire:

  •  antipasti – grassezza e tendenza dolce sono richiesti, nella tempura di verdure, nei fiori di zucca, nelle foglie di salvia pastellate e fritte, scampi crudi, schille fritte con la polenta, crostini imburrati con salmone, tartare/carpaccio di salmone;
  • primi piatti – riso/pasta con primizie di primavera, da sole o con piccoli crostacei;
  • secondi piatti – piccoli crostacei fritti, sogliole alla mugnaia, spigola al vapore, carni bianche scaloppate e fritte, formaggi freschi e grassi.

Nel bicchiere vuoto un’anima di foglia di tè, tabacco appena colto, zenzero, frutta secca.

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